Italia sprecona sull’acqua: le tariffe vanno ritoccate

Rapporti –

Per diminuire i consumi delle risorse idriche, segnala Legambiente, servono bollette progressive e investimenti in efficienza

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L’Italia è ricca di risorse idriche ma consuma troppa acqua e d’estate rischia spesso di trovarsi con i rubinetti a secco, soprattutto nelle regioni del Sud. Sprechi e inefficienze sono all’ordine del giorno, come evidenzia il rapporto Ambiente Italia 2012 curato da Legambiente. Proprio l’acqua è al centro dell’ultima fotografia scattata dall’associazione ecologista sull’economia verde del nostro Paese. Che tanto verde non è, almeno in questo ambito: ogni anno, l’Italia consuma oltre 40 dei 52 miliardi di metri cubi del prezioso liquido teoricamente disponibili in tutta la Penisola. Decisamente troppi, stando agli esperti del settore. Così da sollecitare un ritocco all’insù delle tariffe, ora troppo basse per riflettere il reale valore dell’acqua.

Il principale responsabile degli elevati consumi è l’agricoltura, che assorbe almeno metà della quantità totale d’acqua (quindi circa 20 miliardi di metri cubi); le abitazioni richiedono nove miliardi di metri cubi ogni dodici mesi, seguite dalle industrie (otto) e dal settore energetico (cinque). Il confronto con altri Stati europei è impietoso. Per uso civile, il Belpaese utilizza mediamente 152 metri cubi per abitante l’anno, contro 127 in Spagna, 113 in Gran Bretagna e 62 in Germania.

L’agricoltura consuma così tanto perché le tecniche d’irrigazione sono in buona parte vecchie e inefficienti: secondo il rapporto, migliorando tali tecniche si potrebbe impiegare fino al 30% d’acqua in meno. E, magari, scegliendo colture e varietà di piante più resistenti alla siccità. Lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche, inoltre, danneggia la circolazione naturale negli alvei dei fiumi e nelle falde sotterranee, peggiorando la qualità dell’acqua (per esempio, perché gli elementi inquinanti non si diluiscono a sufficienza).

I problemi sono anche altri: in particolare, l’inquinamento provocato dagli scarichi civili e industriali e il cattivo funzionamento dei depuratori. «È evidente la necessità d’intervenire nel settore idrico non solo completando l’infrastruttura di base dove ancora manca – ha spiegato Giulio Conte dell’Istituto Ambiente Italia, che ha collaborato con Legambiente alla stesura del rapporto – ma anche diffondendo approcci e tecniche innovativi. Sanitari a basso consumo, sistemi per la raccolta della pioggia e il riutilizzo delle acque grigie».

Come intervenire? Varie le proposte dell’associazione ecologista. Innanzi tutto, prevedere tariffe progressive sui consumi idrici, con i primi 50 litri gratuiti pro capite al giorno. Con queste bollette si potrebbe garantire l’acqua potabile come “bene prezioso” scoraggiando però gli sprechi e i consumi fuori controllo. Inoltre, occorre favorire il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura e nei cicli industriali, modificando il decreto del ministero dell’Ambiente che stabilisce limiti alla carica batterica eccessivamente restrittivi (mille volte più dell’Organizzazione mondiale della Sanità).

Tra le altre misure di sostegno, bisognerebbe includere gli interventi idrici nel bonus del 55% per le ristrutturazioni edilizie. Secondo il rapporto, investendo 27 miliardi di euro in dieci anni, 16 in più di quelli “business as usual”, si potrebbe creare quasi mezzo milione di nuovi posti di lavoro tra occupati diretti e indiretti, quindi 45.000 in media ogni anno. Peraltro, segnala Ambiente Italia 2012, tali investimenti peserebbero per meno del 10% sul bilancio pubblico. «Assicurato l’accesso universale al servizio e la fornitura minima per tutti – termina una nota di Legambiente – il prezzo dell’acqua va fissato tenendo conto che si tratta di un bene scarso […] da consumarsi parsimoniosamente, attraverso un sistema tariffario che scoraggi gli sprechi».

Intanto, nelle scorse settimane, è arrivato l’ennesimo richiamo europeo al nostro Paese, proprio in tema di gestione delle risorse idriche. Bruxelles ha invitato l’Italia a mettersi in regola con la direttiva quadro sull’acqua, che impone ai vari membri di creare dei piani per tutelare il “buono stato” dei bacini idrografici entro il 2015. Visto il ritardo nell’accogliere diversi articoli della direttiva, la Commissione ha inviato un parere motivato al nostro esecutivo (è il secondo gradino della procedura d’infrazione). Roma avrà due mesi di tempo per rispondere in modo convincente a Bruxelles ed evitare così un possibile deferimento alla Corte di giustizia Ue.

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